Il Cane Pazzo guadagna terreno
Archie McDonald ha preso d’assalto la nuovissima Harley-Davidson Bagger World Cup. Lo abbiamo incontrato al Bike Shed Moto Show di Londra
A soli 19 anni, l’australiano Archie McDonald è passato in un battito di ciglia dal collaudare moto al vincere gare nell’Harley-Davidson Bagger World Cup inaugurale. Giovane, molto motivato e improvvisamente in gara contro alcuni dei nomi più esperti del mondo motociclistico, sta sfruttando al massimo un’opportunità che sembrava destinata a non arrivare.
Nella prima vittoria al Circuito delle Americhe (COTA), Archie non ha capito subito di essere appena diventato il vincitore più giovane nella storia della MotoGP o delle gare di bagger di alto livello. Lo ha realizzato dopo, grazie alle congratulazioni di un estraneo. “Non l’ho saputo finché una persona non mi ha fatto i complimenti per essere il vincitore più giovane. Mi hanno detto che tutti gli altri avevano almeno 20 anni”, rivela.





A chi lo segue in Australia e alla sua crescente tifoseria internazionale è noto come “Mad Dog”, il “cane pazzo”, anche se il soprannome non è ancora approdato in nessun comunicato stampa ufficiale. E nulla fa presagire che la differenza d’età con gli altri piloti gli dia fastidio. Anzi, è carburante.
Le porte gli si sono aperte grazie a un test: Joe Rascal Racing gli ha offerto una possibilità e, nel giro di un weekend di gare, Archie ha dato un buon motivo per ricordare il suo nome.
Girotondo
Archie è cresciuto in una piccola città australiana e andava in moto già a quattro anni. “Io e mio fratello maggiore siamo cresciuti in sella su uno sterrato dietro casa”, dice. “Papà ci portava lì e passavamo il tempo a girare in tondo. Ci piaceva un sacco”.
Ci sono voluti dieci anni di gare su sterrati, punteggiate da qualche vittoria, prima di passare a quelle su strada, da adolescente, partecipando all’Oceania Junior Cup e nelle categorie da 300 cc, che includevano la Yamaha R3 e poi l’European Superstock 600. Eppure, i risultati non sono arrivati subito. “Sono passati tre anni senza un solo podio”, dice. “Ero pronto a mollare”.
Poi è arrivato il Portogallo. Il 2024, il suo secondo anno nella categoria da 600, gli ha portato il primo podio come vincitore, a Portimão. “Non ero mai salito su un podio prima, e vincere è stato incredibile, perché avevo faticato tanto. E da lì è scattato tutto”.
Vale la pena tenere a mente questa linea temporale perché, vista da fuori, l’ascesa di Archie nelle gare di bagger può sembrare fulminea: un ragazzo apparso dal nulla per conquistare un paddock di veterani. In realtà, è avvenuta dopo tre difficili anni di tentativi per far decollare le cose, e grazie a un’unica gara che finalmente ha segnato la svolta.




Metti il mio nome in lista
La strada nelle gare di bagger si è aperta non perché era nei piani, ma grazie a un favore che poi ha preso una piega diversa. “Un mio amico era in ottimi rapporti con James Tonna, e mi ha detto che conosceva qualcuno che stava fondando una squadra di bagger”, spiega Archie. “Io ero tipo: ‘Sì, vabbè…’, finché un giorno mi ha chiesto: ‘Posso mettere il tuo nome nella lista?’ Ho risposto: ‘Ok, fa’ pure’. Sono sempre per il cogliere un’opportunità”.
Ne è seguita una sessione di prove con Joe Rascal Racing e poi, segnale ancora più forte, una telefonata…
“Poche settimane dopo, il mio amico mi ha chiamato e mi ha detto che avrei ricevuto una telefonata dal capo. Mi avrebbe chiesto perché avrei dovuto correre per lui, e avrei dovuto convincerlo giocandomi tutte le mie carte. Ho avuto dieci minuti per farlo. Ed eccomi qua”.
Un tipo diverso di moto da gara
Prima di tutto questo, l’intera esperienza con Harley-Davidson® di Archie ammontava a una sola corsa in moto per colazione. “Credo fosse una Fat Boy®”, dice. Apparteneva al suo vecchio caposquadra, e l’ha guidata per andare a fare colazione su una collina. “Era enorme. È stato bellissimo avere una moto che ruggiva così”.
Un mezzo della Bagger World Cup è tutta un’altra cosa, anche se l’approccio di Archie alla transizione è più pragmatico di quanto la stazza della moto potrebbe suggerire. “L’hanno alzata per aumentare la luce a terra, ma non c’è tanta differenza”, dice. “È solo più grande, più alta dal suolo. Ti sbucci comunque il ginocchio in curva, ma è una moto da gara ben fatta. Sa come curvare”.
Le differenze si manifestano una volta che dai gas. “Il peso e la velocità sono i fattori più importanti”, dice. “La bagger produce una quantità enorme di coppia sotto di te, oltre a essere pesante. Ma funziona come una qualsiasi altra moto da gara. La fai correre comunque; cerchi comunque di guidarla in curva e di andare veloce”. Ride, pensando alla moto da cui arriva: “La mia piccola R6 non tira proprio così”.




Giovane e affamato
Archie non sembra particolarmente turbato dall’esperienza accumulata dalle persone intorno a lui, compagni di squadra o avversari che siano. “Sono sicuramente talentuosi ed esperti”, dice. “Ma io sono altrettanto determinato, se non di più, perché sono giovane e ho fame di vittoria. Puntiamo tutti allo stesso titolo. Non ci sono regole che dicono che non possiamo essere competitivi tra di noi”.
Fuori dal circuito, però, la gratitudine è palpabile. “Sono davvero, davvero fortunato”, dice. “Ho alle spalle una squadra fantastica, e non posso ringraziarli abbastanza per tutto quello che hanno fatto finora”.
Archie McDonald è arrivato alla Bagger World Cup come pilota collaudatore il cui nome è finito in lista quasi per caso. Questa versione della storia è già superata. “Sono qui per vincere, come in ogni altro campionato in cui ho corso”, afferma. “Proverò a farlo ogni volta che posso. Nelle gare può succedere di tutto. E, di solito, succede”.
Questa intervista è stata realizzata poco prima del secondo round dell’Harley-Davidson Bagger World Cup al Mugello.
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